66° Nordur 2.0

chi fa da sè fa per tre

Last day in the wonderland

La sveglia è implacabile. Ultimo giorno nella wonderland, ma nessuno ha voglia di buttarsi giú dal letto! Reykjavik e le ultime compere ci aspettano. Siamo un pó frastornati dalle macchine e dalla vita umana della capitale. Un salto a Hallgrímskirkja, la cattedrale futuristica di Reykjavik. Un gatto un pó brighella ci fa compagnia (anche se l’impressione è che preferisca stare per i fatti suoi, da vero cittadino). Una tisana di muschio ed erbe islandesi e via, si ritorna in viaggio. Direzione Grindavik, ridente cittadina sulla costa battuta da un vento incessante. La strada è la stessa che abbiamo percorso dall’aereoporto il giorno che siamo arrivati per raggiungere la capitale. C’è un pó di malinconia nell’aria. Parcheggiate le valigie all’Artic B&B, prendiamo costume ed asciugamano, la Blue Lagoon ci aspetta! Cinque minuti di viaggio circondati da un deserto di lava muschiata ed ecco i fumi del lago termale in cui tra pochissimo ci immergeremo. Sulla strada alcuni operai lavorano su alcune tubature rosse che portano l’acqua giá calda nei dintorni. Ecco l’ingresso della laguna blu. In quattro e quattrotto siamo in costume,  l’aria è a 10°. Pochi passi e siamo in acqua. Il colore dominante é il bianco del silicio, l’odore quello dello zolfo, il tepore quello della Terra. Siamo circondati da vapori sulfurei,  bocche fumanti, lava, sotto ai piedi sentiamo il fondo irregolare del lago.. Dura la vita. Chiappe al caldo, respiriamo quest’odore che in altre situazioni è considerato ripugnante. Ci cospargiamo il viso con una poltiglia bianca (anche Daniele!) e da veri lagunisti ci aggiriamo per il lago. Una sonora sciacquata alla faccia e ci buttiamo a capofitto in sequenza: bagno turco in caverna di lava, cascata d’acqua, sauna. Dopo queste immani fatiche, ci riposiamo in delle insenature immersi fino al collo.Inizia anche a piovere, che sensazione bizzarra sentire le gocce d’acqua picchiettarti la testa, e non aver la necessitá di cercare riparo. Durissima la vita. Dopo un paio d’ore le nostre membra ci suggeriscono di uscire.
L’ultima sera la passiamo in guesthouse, una breve passeggiata e qualche foto da National Geographic ad alcuni cavalli nella luce del tramonto. Tiro su il piumone e ripenso alle meraviglie della Natura viste in queste ultime due settimane. Sono contenta di cercare questo nel mondo, e non una cittá per fare shopping. È finita, ma questo è solo un arrivederci.
Martina

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Blowing in the wind

La sveglia oggi me la da il vento. Alle 2 del mattino. La sensazione che il nostro cottage balli e’ reale, cosi’ non mi resta che ascoltare le mie compagne di viaggio dormire fino all’alba. La cosa buona e’ che quando ci ributtiamo in strada la giornata e’ cosi’ radiosa e calda che non sembra neanche di essere a 30 km dal circolo polare.
La prima tappa ci porta a Vik, dove prendiamo d’assalto un capannone a pochi metri dalla spiaggia per fare incetta di lana. Maglione, giacca e gomitoli come se piovesse, tutto in valigia. Al piano superiore possiamo anche vedere le signore che la lavorano ancora come si faceva una volta. Qua l’automatizzazione non ha ancora avuto la meglio.
Passeggiamo un po’ sulla spiaggia nera di Vik disseminata di gabbiani morti e feriti che il vento pazzesco di oggi ha probabilmente schiantato sulla sabbia. Qua la natura e’ davvero spietata.
Dopo pranzo ci fermiano a Dyrhólaey a guardare le scogliere scolpite dalle intemperie e dai venti. La piu’ alta disegna un arco di pietra di 60 metri. E’ conosciuto come il ” santuario degli uccelli”, ma i pulcinella di mare se ne sono gia’ andati. Il nostro punto d’osservazione e’ alto, e solo per questo ci sentiamo sicuri. Oggi il mare e’ tanto affascinante quanto spaventoso. Onde violentissime s’inseguono senza sosta e impattano sotto di noi con una rabbia ineguagliabile. Il Mare del Nord. Si potrebbe stare ore a guardare questi giganti d’acqua che nascono dal niente e che crescono fino a bagnarci la faccia con i loro riverberi. Ci si sente minuscoli, infinitesimali.
Ripartiamo parecchio infradiciati (vero Ombretta?), la strada e’ ancora lunga.
Ci tocca di ammirare ancora la cascata di Skogar, stupenda nella sua perfezione (chiudete gli occhi e immaginate una cascata.ecco, quella e’ Skogarfoss), con il suo arcobaleno perenne ai suoi piedi. Dopo dieci giorni in esplorazione di lande desolate ora e’ tangibile l’avvicinarsi di Reykjavik. Ci sono piu’ turisti dappertutto, il che comporta almeno un pullman di giapponesi appostati in ogni dove.
Ancora qualche chilometro e ci sorprende un’altra cascata. Seljalandfoss e’ piu’ accessibile di Hengifoss, ma altrettanto divertente. La minor altezza e’ compensata da una portata e un getto d’acqua piu’ potenti, almeno in questa stagione. Ci avviciniamo rendendoci conto di poterle girare attorno a 360 gradi. Bellissimo fotografarla da dietro.
L’ora e’ tarda e le energia agli sgoccioli. Impieghiamo ancora piu’ di un’ora a raggiungere la meta. Finalmente torniamo a dormire in una vera fattoria, Sel. La casa e’ a dir poco magnifica. Si vede da ogni particolare quanto sia vissuta, ma il piu’ intenso e’ senz’altro la serie di vecchie foto sbiadite che troviamo in camera nostra. Uomini e donne nati due secoli fa, probabilmente. Nati e vissuti nella terra.
Questa notte sogni d’oro davvero.

daniele

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Il Vatnajokull e l’apoteosi dei ghiacciai

Quasi due settimane in Islanda e ancora non avevo visto del ghiaccio, se non da lontano.Oggi mi sono tolta la voglia! La giornata inizia sotto una coltre di nubi quasi ad altezza uomo e una leggera pioggerellina. Direzione Jökulsárlón, una laguna ai piedi del ghiacciaio Breidamerkurjökull dove sguazzano centinaia di iceberg di un azzurro luminoso. É una scena surreale, gli iceberg non esistono solo nei documentari! Pensate che, dopo essersi staccati dal ghiacciaio possono impiegare anche cinque anni ad uscire da questa laguna di soli 17 km^2. Inesorabilmente, il loro viaggio finirá nel mare, che si trova poi a soli 100 m di distanza. Accanto a noi vediamo una strana imbarcazione con le ruote, che scopriamo essere il mezzo anfibio con cui si organizzano delle mini “crociere” nella laguna. Vuoi mica che ci perdiamo un’occasione del genere?! Giubbottino salvagente indossato, i numerosi mezzi tecnologici su “on”, e via si parte! La barca a quattro ruote si immerge nell’acqua e noi ci troviamo in un attimo in Planet Earth (ndr:documentario della BBC). Immense sculture di ghiaccio ci circondano, alcune azzurre, altre nere di cenere vulcanica, altre ancora trasparenti. L’atmosfera è spettrale, quasi tocchiamo le nuvole con un dito. Ogni tanto la nebbia si alza e possiamo ammirare il ghiacciaio che si getta nella laguna a poche decine di metri da noi. Un gommone ci segue da vicino, probabilmente nel passato qualcuno si è spinto un pó troppo in lá per portarsi a casa l’immagine-ricordo perfetta ed è finito nell’acqua a 2°. Contrariamente a quello che pensavamo, la guida ci informa che è solo grazie all’assenza del sole che gli iceberg hanno quell’etereo colore azzurro.. Ma YEAH! L’amico sul gommone porta alla nostra guida un pezzo di ghiaccio e noi quindi si è assaporato un pezzo di iceberg vecchio di mille anni. Estiquatsi!!! Tornati sulla terraferma, seguiamo il fiume d’acqua che dalla laguna porta al mare. La spiaggia nera è costellata di iceberg e piccoli pezzi di ghiaccio. Il nostro angelo custode fa anche emergere dall’acqua una foca, non ci facciamo mancare proprio nulla!
A malincuore abbandoniamo la nursery degli iceberg e ci dirigiamo verso il parco nazionale di Skaftafell. Un’apoteosi di vette e ghiacciai che si ramificano dalla calotta glaciale del Vatnajökull. L’ennesimo primato dell’Islanda: questo signor ghiacciaio ha una superficie pari a quella dell’Umbria ed è il piú grosso “contenitore” di ghiaccio dopo i poli. Dalla nostra golf, vediamo lingue di ghiaccio spingersi a poche centinaia di metri dal bordo strada. Imbocchiamo una strada sterrata ed arriviamo ai piedi del ghiacciaio Svinafelljökull. Breve scarpinata e mille foto di rito. Nonostante la mia passione per la montagna, non ho mai visto un ghiacciaio del genere così da vicino.
Da circa una decina di chilometri stiamo inoltre attraversando il Skeidarasandur, una piana di sabbia immensa originata nei secoli dal Vatnajökull, non se ne vede la fine. Qui per 70km si vedono scorrere innumerevoli fiumi, erba artica di varie sfumature dall’arancione al verde scuro colora il paesaggio, nessuna pecora all’orizzonte.
Nella guesthouse di stasera si materializzano due cani, in spudorata ricerca di coccole. A parte le pecore, gli animali sono tutti cosí affettuosi qui.
Goda nótt.

Martina

ghiacciao meravigliao

cielo plumbeo e colazione con il peggior caffè di questi giorni, è ora di spostarci. per circa un chilometro viaggiamo ammirando alla nostra destra un arcobaleno addossato al crinale della valle. superato un tunnel di pochi chilometri ci lasciamo alle spalle la valle Fagridalur e la pioggia. attraversiamo Fáskrúdsfjördur, una cittadina fondata da pescatori francesi. ancora oggi i cartelli sono scritti in islandese e francese e le bandiere dei due paesi sono disseminate per la cittadina. ci inerpichiamo sullo sterrato per ammirare il mare e l’isola Skrûdur dal passo in cima al fiordo.
proseguiamo il nostro viaggio costeggiando i fiordi orientali. la strada si snoda parallela al mare, le alte scogliere erose dal vento fortissimo e i pascoli pecorosi in riva al mare rallentano il viaggio, ogni angolo impone una tappa fotografica. l’atmosfera in macchina è da mattina di natale, aspettiamo una nuova meraviglia ad ogni tornante, ogni cunetta superata. è un alternarsi di montagne a picco sul mare, ricovero di una moltitudine di uccelli, e valli. incontriamo diversi villaggi, tutti posizionati sulla costa. infine ecco imporsi nel nostro orizzonte il Vatnajökull, il ghiacciaio!
martina improvvisa una danza in suo onore… da ora e per i prossimi giorni sarà ‘ghiacciao meravigliao’.
come darle torto, girandoci a tutto tondo vediamo un ghiacciaio che lambisce i pascoli, le immancabili pecore, il mare, un torrente, le nuvole basse. non manca nulla, o forse sì. fermi ad ammirare il ghiacciaio vicini ad un torrente vediamo spuntare dall’acqua una foca che sta pescando a pochi metri da noi. è come un documentario, ma molto più emozionante. a questo punto possiamo ripartire e correre a casa a prepararci per il nostro appuntamento di domani: il ghiacciaio!!!! ombretta
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Hengifoss

Dopo otto giorni in cui la parola d’ordine e’ stata ” Trottare”, e’ arrivato il momento di tirare un po’ il fiato. Approfittando del fatto che il nostro campo base oggi non cambiera’ ci prendiamo il lusso di dormicchiare un po’ di piu’ prima d’ingolfarci a colazione. Con la pancia piena e l’animo rinvigorito partiamo per la nostra giornata di trekking.
Il tragitto in auto e’ di circa un’oretta e passa per Egillstadir, la cittadina piu’ grande della regione orientale. Niente di trascendentale, il particolare degno di nota e’ il relitto di una nave tirato in secca sulla riva del lago e adibito, a quanto ci e’ dato di supporre, a locale di svago per islandesi annoiati. Da li’ la strada prosegue costeggiando il lago e fa quasi meraviglia accorgersi della presenza di una piccola foresta di conifere intorno a noi. Ah, dimenticavo. Pare che all’interno del lago viva da secoli un mostro-rettile di cui gli abitanti del luogo vanno molto fieri. Oggi pero’ sembra non abbia nessuna intenzione di mostrarsi.
Lasciamo l’auto in un piccolo parcheggio subito dopo il ponte che permette l’attraversamento del lago. Il sentiero che ci si presenta davanti e’ molto tranquillo e poco battuto, per fortuna. Per la sua intera durata segue un profondo canion alla nostra destra. Tra una cascatella e un ‘altra possiamo osservare formazioni rocciose di cui non sto a spiegare il complicato processo formativo, ma il cui effetto visivo e’ senz’altro sorprendente. Si tratta di fasci di basalto dalle forme esagonali. Ce ne sono a decine. Visti orizzontalmente appaiono come infinite colonne scolpite da qualche dio del nord a sorreggere la montagna. Dall’alto invece e’ come trovarsi di fronte a un gigantesco alveare formato da innumerevoli celle pronte a ospitare api mastodontiche. Per fortuna invece e’ solo magma solidificato.
L’obbiettivo della nostra camminata in realta’ e’ un altro ed e’ visibile quasi dall’inuzio. Hengifoss e’ la seconda cascata piu’ alta d’Islanda. Fa un salto di piu’ di 120 metri.
Impieghiamo circa un’ora a raggiungerla. Da vicino e’ davvero spettacolare in tutta la sua imponenza, sebbene in questo periodo dell’anno la portata d’acqua sia ridotta. La parete a U da cui si tuffa e’ formata da strati di roccia colorata che crea un’alternanza stupenda. Grigio, nero, giallo, rosso e avanti cosi’. Nel laghetto in cui termina il suo salto troviamo un perenne arcobaleno che rende anche questo posto a dir poco fiabesco. A guardarla da li’ sotto ci si sente proprio piccoli. E’ un piacere vedere l’acqua in volo danzare a comando del vento. Nonostante tutto, e’ un piacere anche infradiciarsi quando le folate soffiano nella nostra direzione.
Un’ultimo particolare. Hengifoss e’ l’unica cascata che permette a chi ci si avventura di attraversarla e posizionarcisi dietro. E vuoi non provarci? Bagnati per bagnati… E’ emozionante, sul serio. E anche un po’ pauroso.
La discesa la passiamo a ridere e a scattare foto, come al solito. Sorvoliamo sull’hamurger divorato a Egillstadir nel ritorno, molto meglio la nuotata in piscina alla guesthouse. Chicca prima di dormire. Stiamo fumando e ci accorgiamo che sul prato a fianco alla piscina la ricostruzione delle tipiche case lapponi (capanne di legno simili a quelle degli indiani d’america) e’ aperta. Dentro troviamo un falo’ acceso. Ci sediamo qualche minuto sulle pelli di renna posizionate per terra a guardare il fuoco. E’ un altro di quei momenti che mi faranno venire nostalgia dell’Islanda per tutta la vita.

daniele

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le madamine

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hengifoss, arcobaleno e Ombretta

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nella tenda lappone

Going East

Dopo una lunga dormita ristoratrice e una bella colazione prepariamo baracca e burattini e lasciamo il lago Myvatn, direzione Est! facciamo pochi chilometri e lungo la strada una montagna giallognola immersa in fumi infernali ci obbliga ad una sosta. Siamo a Hverir, a est del vulcano Krafla, terra geologicamente attiva, ricca di solfatare e fanghi ribollenti. Leggiamo sulla guida che tutta l’area è come una gigantesca pentola a pressione, potrebbe esserci un’eruzione da un momento all’altro. Noi ce la siamo cavata.
Ritorniamo in macchina con addosso il tipico odore di uovo marcio dello zolfo e ripartiamo direzione Egilstadir. Leggiamo che il tragitto di circa un centinaio di km non è niente di straordinario perchè attraversa un’area deserta. Lo attraversiamo su una strada sterrata ascoltando i Sigur Ros, Björk e Emiliana Torrini. Vi assicuro che non era affatto male, il deserto ha fascino da vendere.
Consigliati dagli ideatori del nostro tour, deviamo in mezzo al niente su un’altra strada sterrata e dopo qualche chilometro ci troviamo davanti una scena d’altri tempi. Un laghetto circondato da lande verdi, qualche pecora e due case degli hobbit. Un cane da lontano ci viene incontro, ci avviciniamo ad una delle case di torba e un cartello con scritto Welcomin ci invita a entrare. Tuffo nel passato. Una lunga tavola imbandita con tazze tutte diverse una dall’altra, il tetto a vista di torba, i muri di pietra, in un angolo una stufa a legna.. Un anziano signore islandese ci viene incontro, ci invita a sederci. Capiamo subito che non parla una singola parola di inglese. Ci porta del thé e del caffè. Come consigliatoci, chiediamo del “lumur”,
gli occhi del gentilissimo nonnino si illuminano. Dopo 5 minuti ritorna con un piattino di lumur appena sfornati, ovvero fritteline simili a pancakes su cui iniziamo a spalmare marmellata di rabarbaro homemade. Il nonnino torna, si riprende il piatto vuoto e lo riporta pieno. Mentre mangiamo elettrizzati dall’esperienza che stiamo vivendo si apre la porta d’ingresso e entra il nostro amico cane. Vorremmo sapere come si chiama, ma il nonnino non capisce neanche “name” e ci parla in islandese come se niente fosse. Ci invita a finire l’ultimo lumur nel piatto, poi torna nuovamente con il piatto pieno e una ciotola con dei dolcetti simili a delle frittele. É tutto buonissimo, si sente il gusto dell’esperienza e della tradizione. Dopo aver comprato un paio di vasetti di marmellata di rabarbaro, salutiamo e il nonnino ci stringe le mani uno per uno dicendoci “welcomin, bye bye”. Torniamo alla macchina entusiasti, il nonnino ci saluta da lontano e ripartiamo, lasciandoci alle spalle la nostra terra di mezzo.
La guesthouse di stasera ha due piscine d’acqua calda all’aperto, una con idromassaggio e acqua bollente, l’altra di 13 metri e acqua a temperatura piú umana. Il resto del pomeriggio lo passiamo a mollo, in compagnia di passerotti autoctoni chiaramente sovrappeso e stormi di oconi in viaggio sulla nostra testa. Bella vita!
Martina

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to the moon and back to the future

partenza prestissimo, meta le balene. alle 9.20 siamo a Húsavík, in fibrillazione attendendo di salpare, incuranti del suggerimento di attendere le uscite pomeridiane. da due giorni le condizioni del mare non consentono gite, il forte vento di ieri ha spazzato via le nubi, cè il sole e questo ci basta.
il viaggio per arrivare al largo è eccessivamente emozionante, alcune colazioni ci passano davanti agli occhi, compresa quella di Martina. incauti e sprovveduti, autentiche volpi di mare, non abbiamo lesinato al tavolo mattutino! Pippi, la nostra guida, ci impartisce le poche regole per la navigazione. first rule: always stay on board! la risata spontanea si congela dopo aver surfato la prima onda! sotto di noi l’acqua è popolata di una miriade di meduse colorate. scrutiamo la superficie del mare per vedere uno sbuffo d’acqua rivelatore della presenza di una balena. anche questa volta la fortuna ci assiste. avvistiamo un’orca e numerose balene, addirittura un trio a pochissimi metri.
durante il rientro vengono offerti dolcetti e cioccolata calda, ma sono in pochi ad approfittarne. Daniele ci dirà che erano entrambi ottimi.
rientrati ci regaliamo un paio d’ore nella città, per la maggior parte trascorse al porto in un piccolo caffè a coccolarci con sole, mare, spiedini e zuppa di pesce…

si riparte per tornare su un promontorio notato in mattinata per la presenza di quello che immaginiamo essere un vecchio essicatoio per il pesce. ci incuriosisce un singolare crocchiare nella sterpaglia; non sono che baccelli che, ormai seccati dal sole, esplodono e si accartocciano. la pianta ci ricorda la soia. qualche foto ai cavalli, sempre compiaciuti per l’attenzione ricevuta, facendo attenzione a non avvicinarci troppo al reticolato elettrificato e di nuovo in viaggio, destinazione Dettifoss.

la prima parte del nostro tragitto costeggia il mare. lo scenario è verdissimo. ci addentriamo nel parco naturale di Jökulsargljufúr, un canyon scavato dal fiume Jökulsá a Fjöllum. superiamo Ásbyrgi, un canyon a forma di zoccolo di cavallo. la leggenda vuole che l’eruzione di uno dei vulcani sotto il ghiacciao V. provocò una spaventosa inondazione che scavò la gola. in realtà altro non è che l’impronta di Sleipnir, il cavallo del dio Odino (grazie alle sue otto zampe può galoppare sulla terra, sul mare e in cielo. non male!!) affrontiamo l’ennesimo sterrato; il paesaggio, finora verdissimo, si fa sempre più brullo. siamo in un deserto grigio, ogni tanto qualche masso. se qualche giorno fa eravamo su marte, ora siamo sulla superficie lunare. tanto più paesaggio si fa scarno, tanto aumenta il nostro stupore e tanto peggiora lo sterrato. scorgiamo, finalmente, Dettifoss. gaudenti balziamo fuori dalla macchina e ci avviciniamo. la cascatella è la più impetuosa d’europa, 44 metri d’altezza e 100 metri di ampiezza, prima di addentrarsi nel canyon.
riprendiamo il nostro viaggio per rientrare a Reykjahlíd. il tramonto sul deserto e i monti davanti a noi ci regala l’ultima emozione della giornata. siamo stanchissimi, quindi ora si va a nanna! ombretta

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qui Martina rideva ancora

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